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I lead spariscono e nessuno sa dove

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Ti è mai capitato di “sentire” che stai perdendo richieste… ma di non riuscire a capire dove finiscono?

La scena tipica: oggi arrivano in dieci, lunedì ne ritrovi tre

Arriva una richiesta dal sito mentre sei in riunione. Poi un messaggio su WhatsApp “Ciao, mi mandi un preventivo?”. Poi una mail con allegati, e nel frattempo il telefono che squilla. Tu rispondi come puoi, prendi appunti al volo, ti dici “ci torno nel pomeriggio”.

Il pomeriggio però arriva già pieno: consegne, urgenze, un cliente che chiama per una modifica, amministrazione che chiede una conferma. E due giorni dopo, quando ti siedi un attimo e provi a fare ordine, ti accorgi che alcuni contatti non li trovi più. Non perché non esistano, ma perché sono finiti in una chat tra cento, in una mail senza etichetta, in un foglio con un titolo tipo “da richiamare”, in un blocco note sul telefono.

Il costo nascosto qui non è solo il lead perso. È l’energia mentale che spendi per ricostruire cosa è successo, chi ha scritto, quando, cosa aveva chiesto. È lo stress di pensare “oddio, magari era quello buono”. È la sensazione di essere sempre in ritardo rispetto al tuo stesso lavoro.

Non è disorganizzazione: è che stai vendendo mentre produci, e nessuno ti ha dato un sistema

Se sei una PMI o un professionista, spesso sei contemporaneamente commerciale, responsabile operativo, customer care e “quello che spegne gli incendi”. Non hai un reparto che si occupa solo di lead, non hai qualcuno che sta tutto il giorno a ordinare contatti e aggiornare stati. Hai persone brave che fanno il loro mestiere, e in mezzo devono anche tenere insieme tutto il resto.

Quando qualcuno ti dice “basta essere più organizzati”, di solito non vive quella realtà. Perché qui non stiamo parlando di mettere le cose in ordine su una scrivania. Stiamo parlando di far entrare richieste da canali diversi, trasformarle in appuntamenti, poi in preventivi, poi in lavori, poi in fatture, senza perdere pezzi per strada. Farlo a mano, mentre lavori, è un secondo lavoro.

Non è colpa tua se non regge. È il sistema che ti chiede di ricordare e collegare cose che arrivano in momenti diversi, con priorità diverse, da persone diverse.

Il problema è che i canali non parlano tra loro e ogni passaggio resta “in testa” a qualcuno

Un lead entra dal sito e finisce in una casella email. Un altro arriva su WhatsApp e resta lì. Un terzo passa dal telefono, e lo annoti su un foglietto. Poi magari qualcuno del team prende la palla: “Ci penso io”, e la mette in una nota personale. Nel frattempo il cliente aspetta una risposta coerente, veloce, e possibilmente senza dover ripetere tutto da capo.

Il punto è che ogni passaggio è implicito. Nessuno “vede” il percorso del contatto. Si presume che qualcuno se ne stia occupando, ma non è scritto da nessuna parte. E quando tutto dipende dalla memoria di una persona, basta una giornata storta, una riunione lunga, un’imprevisto, e il contatto si spegne.

Qui il costo nascosto è doppio: da una parte perdi opportunità, dall’altra consumi fiducia. Perché un cliente che ti scrive e non riceve risposta in tempi sensati, non pensa “saranno pieni”. Pensa “non sono affidabili” oppure “non gli interessa”. Anche se tu, in realtà, stai correndo come un matto.

Se ti succede spesso, sei in buona compagnia: è un classico delle PMI che crescono

All’inizio, quando siete in due o tre, sembra che tutto si tenga insieme “con il buon senso”. Ci si parla, ci si passa le cose, ci si ricorda. E funziona, più o meno. Poi arrivano più richieste, più lavori, più clienti, e il volume aumenta. Non in modo drammatico, ma quanto basta per far saltare le cuciture.

In quel momento molte aziende pensano di avere un problema di persone: “devo assumere qualcuno”, “mi serve una segretaria”, “mi serve un commerciale”. A volte è vero. Ma spesso il vero problema è che il flusso non ha un percorso unico. Ogni canale è una porta diversa, e dentro non c’è un corridoio: c’è un labirinto.

Quando cresce il flusso, non serve solo più forza lavoro. Serve che il lavoro smetta di dipendere dall’attenzione individuale. Perché l’attenzione è una risorsa limitata, e non aumenta con la buona volontà.

La svolta: un percorso unico e tracciabile, così nessun lead si perde per strada

Un approccio professionale parte da una domanda semplice: “Da dove entrano le richieste, e dove devono finire?” Non serve complicare. Serve un percorso unico, dove ogni contatto viene agganciato, classificato, assegnato e seguito. E soprattutto: serve che questo percorso si alimenti da solo il più possibile, mentre tu fai il tuo lavoro.

Qui entrano in gioco le automazioni intelligenti: non come “tecnologia”, ma come un sistema che fa da ponte tra i canali e il tuo modo di lavorare. Una richiesta entra, viene registrata subito, riceve una risposta iniziale coerente, e crea un promemoria per il passo successivo. Non perché qualcuno se lo ricorda, ma perché il sistema lo segnala.

Misurare diventa possibile: quante richieste sono entrate, quante sono state contattate entro 24 ore, quante sono diventate appuntamenti. Piccoli passi, priorità chiare. E soprattutto una sensazione nuova: non stai più rincorrendo, stai guidando.

Quel CRM “c’è”… ma si aggiorna solo quando avanza tempo (cioè quasi mai)

Contatti duplicati, note mancanti, trattative ricostruite a memoria

Il CRM esiste. Magari lo avete anche pagato, magari qualcuno l’ha configurato, magari avete fatto pure una mini formazione. Eppure, quando serve davvero, non dice la verità. Trovi contatti duplicati, aziende con nomi scritti in tre modi diversi, numeri di telefono mancanti. Apri una trattativa e non capisci a che punto siete: “Gli abbiamo mandato il preventivo?” “Ha risposto?” “Chi lo doveva richiamare?”

Allora riparti dalla memoria. Cerchi nelle email, scorri WhatsApp, chiedi in ufficio. “Ma tu gli avevi scritto?” “No, io pensavo tu.” E nel frattempo il cliente aspetta. O peggio: si stufa e va altrove.

Il costo nascosto non è solo l’ordine “bello” che manca. È il tempo buttato a inseguire informazioni. È la tensione tra colleghi quando ognuno ha una versione diversa della storia. È il fatto che non puoi fare previsioni sensate, perché i dati non sono affidabili.

Non è pigrizia: aggiornare a mano è un lavoro in più che nessuno riesce a sostenere

La promessa implicita del CRM è: “se lo aggiorni, poi è tutto sotto controllo”. Il problema è quel “se lo aggiorni”. Per aggiornarlo devi fermarti, prendere quello che è successo (una chiamata, una mail, un sopralluogo, una richiesta di modifica), e trascriverlo. E devi farlo ogni volta.

Nella vita reale, quando hai un cliente davanti o una consegna da rispettare, la trascrizione è l’ultima cosa che fai. Non perché non sei disciplinato. Perché stai lavorando. E quando finisci, spesso hai la testa piena e l’energia bassa. Quel lavoro “in più” si accumula, e dopo una settimana è già troppo.

Non è colpa del team se il CRM si svuota. È il modello che è sbagliato: chiede alle persone di fare manualmente qualcosa che dovrebbe succedere come conseguenza naturale del lavoro.

La causa nascosta: i dati nascono altrove, poi qualcuno dovrebbe rincorrerli uno a uno

Le informazioni utili non nascono dentro il CRM. Nascono nelle conversazioni: in una chat dove il cliente manda foto, in una mail dove chiede tempi e costi, in una telefonata dove ti dà dettagli importanti, in un appuntamento dove emergono obiezioni, in una nota vocale ascoltata di corsa tra un cantiere e l’altro.

Se quei dati restano “sparsi”, qualcuno deve fare il lavoro di raccoglierli e portarli nel posto giusto. Ma chi? Il commerciale? Il tecnico? L’amministrazione? Ognuno ha già troppo da fare, e in più spesso non è chiaro cosa sia davvero “importante” da registrare. Risultato: si registra poco, male, tardi. E il CRM diventa un archivio incompleto, non uno strumento di guida.

Qui l’errore è pensare che serva più disciplina. In realtà serve meno frizione: meno passaggi manuali, meno “copio e incollo”, meno dipendenza da qualcuno che si ricorda.

Il CRM non è “sbagliato”: manca il ponte tra lavoro e registrazione

In molte PMI il CRM funziona… sulla carta. Il problema è che tra ciò che succede davvero e ciò che viene registrato c’è un buco. E in quel buco cadono opportunità, dettagli, promesse fatte al cliente, scadenze. Poi ti ritrovi a gestire follow-up “a sensazione”: richiamo chi mi viene in mente, rispondo prima a chi insiste, mi accorgo di un cliente solo quando si fa sentire arrabbiato.

Il ponte che manca non è un “progetto enorme”. È una serie di collegamenti tra passaggi chiave: quando arriva una richiesta, quando si fissa un appuntamento, quando si manda un preventivo, quando il cliente risponde, quando scade un follow-up. Se questi eventi generano automaticamente una traccia e un promemoria, il CRM smette di essere un peso e diventa un alleato.

Le automazioni intelligenti, qui, non fanno magia. Fanno una cosa banale ma preziosa: trasformano eventi quotidiani in informazioni utilizzabili, senza chiederti di riscriverle da capo.

La svolta: il CRM si riempie mentre tu fai il tuo mestiere

Un professionista non parte dal “dobbiamo usare meglio il CRM”. Parte da “quali informazioni ci servono per non perdere vendite e non impazzire?”. Poi decide quali sono i pochi passaggi che devono essere tracciati sempre, e costruisce un sistema che li registra quasi da solo.

Quando una richiesta entra, viene creata una scheda. Quando qualcuno risponde, resta una nota. Quando si manda un preventivo, viene segnato e parte un promemoria per il follow-up. Quando il cliente conferma, si crea il passaggio successivo per l’operativo. Tutto senza trasformare il team in dattilografi.

Il metodo è fatto di piccoli passi e misurazione: prima si mette in sicurezza l’ingresso dei lead, poi il preventivo, poi il follow-up. Ogni settimana controlli cosa migliora: tempi di risposta, preventivi inviati, conversioni. Non perché ami i numeri, ma perché ti serve una realtà chiara per prendere decisioni serene.

Rispondi tardi, e nel frattempo il cliente si organizza con qualcun altro

Il lead “caldo” lo vedi quando ormai è freddo

Questa è una delle cose più frustranti: scopri che un contatto era pronto a comprare, ma tu lo hai capito troppo tardi. Magari aveva scritto “mi serve entro due settimane”, magari aveva chiesto “quando possiamo sentirci?”, magari aveva già il budget. E tu hai risposto dopo tre giorni, o hai risposto “appena posso ti mando tutto”.

Quando finalmente lo richiami, ti dice: “Guardi, ho già risolto”. E tu resti con quella sensazione addosso: non era un problema di prezzo, non era un problema di qualità, non era un problema di offerta. Era un problema di tempo. E il tempo, nel commerciale, è spesso più importante di quanto ammettiamo.

Il costo nascosto è evidente: fatturato che non entra. Ma ce n’è uno più sottile: la percezione che il mercato ha di te. Un’azienda che risponde tardi sembra disorganizzata. Anche se dentro è piena di lavoro e fa bene il suo mestiere.

Non è che non ci tieni: è che tra urgenze, consegne e telefonate il tempo si polverizza

La giornata di una PMI non è fatta di “blocchi ordinati”. È fatta di interruzioni. Arriva il corriere, chiama un cliente, manca un materiale, un collaboratore ti chiede una decisione, l’amministrazione ti chiede un dato, il tecnico è fermo e aspetta un ok. In mezzo, dovresti anche rispondere in modo puntuale a nuove richieste.

Spesso la risposta non arriva tardi perché non hai voglia. Arriva tardi perché non hai un modo semplice di vedere, subito, cosa è urgente e cosa può aspettare. Tutto sembra urgente, e allora vincono le urgenze che fanno più rumore: chi chiama, chi insiste, chi ti scrive tre volte. Gli altri, magari più educati ma più pronti a comprare, scivolano via.

Non è un problema di attenzione. È un problema di visibilità e priorità. Senza un sistema, la tua attenzione viene “affittata” dalle interruzioni.

Il problema vero: nessuno vede subito cosa è urgente e cosa può aspettare

Quando i lead arrivano da canali diversi e restano sparsi, non hai un cruscotto mentale affidabile. Ti affidi alla memoria e al senso di colpa: “devo rispondere a quello”, “mi ero segnato di richiamare quell’altro”. Ma la memoria non è una lista ordinata, e il senso di colpa non è un metodo.

In molte aziende la priorità viene decisa così: chi ha parlato per ultimo. Oppure: chi è già cliente. Oppure: chi è più vicino. Ma non è detto che siano le priorità giuste. E quando te ne accorgi, è tardi.

Qui le automazioni intelligenti servono come “semaforo”: non per vendere al posto tuo, ma per segnalarti cosa richiede azione adesso, e per non lasciare le cose sospese senza un prossimo passo.

È normale: quando il flusso cresce, l’occhio umano non basta più

Finché i contatti sono pochi, l’occhio umano regge. Ti ricordi chi è interessato, chi è tiepido, chi ti ha chiesto una cosa specifica. Poi aumentano le richieste, aumentano i clienti attivi, aumentano le consegne. A quel punto l’occhio umano non è più uno strumento affidabile: è un collo di bottiglia.

Ed è qui che molti si colpevolizzano: “devo essere più sul pezzo”. Ma essere “più sul pezzo” non è una strategia scalabile. È solo un modo elegante per dire “mi serve energia che non ho”. Un’azienda che cresce non può basarsi sull’eroismo quotidiano.

Non sei tu che non ce la fai. È che stai facendo un lavoro da dieci con un sistema da due.

La svolta: regole semplici di priorità e follow-up, così ogni richiesta ha il suo posto

Un professionista introduce regole piccole ma decisive. Non cento regole, non procedure infinite: poche regole che mettono ordine. Ad esempio: ogni richiesta deve avere una risposta iniziale entro un certo tempo. Ogni preventivo inviato deve avere un follow-up programmato. Ogni contatto deve avere un “prossimo passo” chiaro, anche solo “richiamare venerdì”.

Le automazioni intelligenti possono far rispettare queste regole senza stressarti: segnalano i lead senza risposta, ricordano i follow-up, riaprono le trattative ferme, ti mostrano cosa sta scadendo. In pratica spostano il peso dalla memoria al sistema.

Il metodo è misurabile: riduci i tempi di risposta, aumenti i preventivi che ricevono un follow-up, abbassi la quota di contatti “persi nel nulla”. Non perché diventi perfetto, ma perché smetti di perdere opportunità per distrazione.

Quando ognuno gestisce i lead “a modo suo”, il lavoro si inceppa e il cliente lo sente

Il rimbalzo classico: commerciale, amministrazione, tecnico… e intanto si raffredda

Il cliente scrive. Il commerciale risponde e chiede un dettaglio. Poi serve un’informazione tecnica, quindi gira la cosa al tecnico. Il tecnico risponde quando può, magari in modo molto corretto ma senza contesto. Poi bisogna capire prezzi e condizioni, quindi entra l’amministrazione. Nel frattempo il cliente riceve pezzi di comunicazione, magari non coordinati, magari con tempi lunghi tra un messaggio e l’altro.

Questa “catena” è normale. Il problema è quando non è una catena, ma un ping-pong. Ognuno fa la sua parte, ma nessuno ha la regia. E il cliente, dopo due o tre passaggi, deve ripetere la richiesta, o deve aspettare, o deve inseguire. A quel punto si raffredda. Non perché non gli servi, ma perché non sente un percorso.

Il costo nascosto qui è anche interno: tensione tra reparti, frasi tipo “non me l’avevi detto”, “io non sapevo”, “non era chiaro”. E tu, spesso, ti ritrovi a fare da ponte umano tra tutti.

Non è mancanza di collaborazione: è che non esiste una corsia chiara per far avanzare i lead

Nelle PMI le persone collaborano davvero. Il problema non è la voglia. È che manca una “corsia” definita: chi prende in carico cosa, quando, e come si passa la palla. Se non è scritto nel processo, ogni volta si decide sul momento. E decidere sul momento, quando sei di fretta, significa improvvisare.

Improvisare una volta va bene. Improvisare ogni giorno diventa un costo. Perché ogni volta consumi tempo a riallinearti, a cercare informazioni, a capire chi ha parlato col cliente per ultimo. E il cliente percepisce questa improvvisazione come incertezza.

Non è colpa del team. È che state usando strumenti nati per comunicare, non per coordinare il lavoro.

La causa nascosta: i passaggi sono impliciti, quindi ogni volta si riparte da zero

“Quando arriva una richiesta dal sito chi risponde?” “Dipende.” “Se chiede un prezzo?” “Dipende.” “Se chiede una cosa tecnica?” “Dipende.” Il “dipende” è il segnale che il passaggio non è progettato. E se non è progettato, si riparte da zero ogni volta.

Ripartire da zero significa fare sempre le stesse domande interne, fare sempre gli stessi giri, perdere sempre gli stessi minuti. E significa anche che se manca una persona, salta tutto. Perché quella persona era la procedura vivente: sapeva a memoria come si fa.

Il costo nascosto è fragilità. Un’azienda fragile vive in ansia: basta un’assenza, una settimana intensa, un cliente grande che assorbe tutto, e il resto si sfalda.

Succede anche nelle aziende sane: finché si è in pochi sembra funzionare, poi esplode

Questo non è “caos”. Spesso è il segno di un’azienda che lavora, che ha clienti, che corre. Finché siete in pochi, il coordinamento avviene per osmosi: vi parlate, vi vedete, vi passate le cose. Poi entrano nuove persone, magari un collaboratore esterno, magari un secondo commerciale, e l’osmosi non basta più.

È lì che iniziano i problemi: due persone rispondono allo stesso lead, o nessuno risponde. Un preventivo resta in bozza perché manca un dettaglio e nessuno lo chiede. Un appuntamento viene fissato “a memoria” e poi si sovrappone a un sopralluogo. Non per incompetenza, ma perché la crescita ha superato la capacità del sistema informale.

Se ti ci ritrovi, non stai sbagliando tutto. Stai semplicemente pagando il prezzo di un flusso che non è stato messo in corsia.

La svolta: passaggi e responsabilità espliciti, così il lead scorre senza attriti

Un professionista rende visibile ciò che oggi è implicito. Disegna un percorso: ingresso richiesta, prima risposta, qualificazione, appuntamento, preventivo, follow-up, chiusura. E per ogni passaggio decide una responsabilità chiara. Non per burocratizzare, ma per liberare energia.

Le automazioni intelligenti aiutano proprio qui: quando succede un evento, il sistema crea il passo successivo e lo assegna. Se serve un’informazione tecnica, viene richiesto nel modo giusto e tracciato. Se un preventivo resta fermo, viene segnalato. Se un cliente non risponde, parte un promemoria. Così il flusso non dipende dal “chi se lo ricorda”.

Il metodo resta semplice: si parte dai colli di bottiglia più costosi, si definiscono poche regole, si controlla ogni settimana cosa è migliorato. È un lavoro di progettazione, non di forza di volontà.

Il vero costo non è il lead perso: è la fiducia che ti giochi un po’ alla volta, anche con i clienti già acquisiti

La sensazione che resta addosso: rincorri sempre, ma non hai mai una situazione chiara

Anche quando chiudi lavori e il fatturato c’è, può restarti addosso una stanchezza particolare: quella di chi non ha mai un quadro completo. Ti svegli pensando a chi dovevi richiamare. Chiudi la giornata con la sensazione di aver dimenticato qualcosa. Quando qualcuno ti chiede “a che punto siamo con quel contatto?”, ti viene da aprire dieci finestre: mail, chat, note, calendario.

Questo non è solo fastidio. È consumo di fiducia in te stesso e nel team. Perché ogni settimana c’è un piccolo inciampo: una richiesta letta e non risposta, un preventivo rimasto in bozza, un appuntamento spostato all’ultimo, un cliente che chiede “ma non mi avevate detto…?”. E ogni piccolo inciampo ti fa lavorare di più per recuperare.

Il costo nascosto è la lucidità. Quando non hai chiarezza, prendi decisioni peggiori: sconti per paura, urgenze gestite male, clienti buoni trascurati, clienti problematici che assorbono tutto.

Non è incapacità: stai lavorando con strumenti nati per tenere appunti, non per guidare il lavoro

Email, chat, fogli, note, calendario: sono strumenti utili, ma non sono un sistema. Sono posti dove le cose “stanno”, non dove le cose “avanzano”. Ti aiutano a comunicare e annotare, ma non ti dicono cosa manca, cosa scade, cosa è fermo, cosa rischi di perdere.

Quando ti affidi a questi strumenti per gestire i lead, ti ritrovi a fare tu la parte che dovrebbe fare un processo: ricordare, collegare, controllare, sollecitare. È un lavoro invisibile, che nessuno fattura, ma che pesa come un macigno.

Non sei tu che non sei portato. È che stai chiedendo a strumenti “passivi” di fare un lavoro “attivo”. E quel lavoro ricade su di te.

La ripetizione invisibile: copiare, incollare, ricordare, ricontrollare, inseguire

Se guardi bene la settimana, vedrai quante micro-azioni ripeti: copiare un numero da una mail a una chat, incollare un indirizzo in un calendario, riscrivere lo stesso messaggio di risposta alle stesse domande, chiedere due volte la stessa informazione perché la prima è finita in una conversazione diversa, ricontrollare se un preventivo è stato inviato, inseguire un collega per sapere se ha chiamato.

Non sono “attività grandi”. Sono gocce. Ma le gocce riempiono la giornata. E la cosa peggiore è che queste attività non migliorano nulla: servono solo a tenere insieme un sistema scollegato.

Le automazioni intelligenti, quando sono progettate bene, non servono a fare cose straordinarie. Servono a togliere queste ripetizioni invisibili: a far sì che ciò che sai non vada riscritto, che ciò che va fatto non vada ricordato, che ciò che è urgente non vada scoperto per caso.

Non sei l’unico: questo logora anche team bravi e clienti affezionati

Il paradosso è che spesso i problemi di gestione lead capitano alle aziende che lavorano bene. Perché hanno clienti, hanno richieste, hanno passaparola. E proprio per questo il volume diventa il nemico. Un team bravo regge per mesi, anche per anni, “mettendoci del suo”. Poi però il prezzo arriva: stanchezza, irritazione, turnover, clienti che iniziano a lamentarsi per cose che prima non succedevano.

E i clienti affezionati, quando vedono che inizi a rispondere più tardi o che devi chiedere tre volte la stessa cosa, non ti mollano subito. Ma la fiducia si consuma. Iniziano a chiedere conferme, a mettere tutto per iscritto, a cercare alternative “per sicurezza”. E tu ti ritrovi a dover recuperare credibilità su dettagli che un sistema avrebbe gestito da solo.

Non è una colpa. È un segnale: avete bisogno di una struttura che vi sostenga, non di più sforzo.

La svolta: un sistema che segnala, registra e ricorda al posto tuo, così tu torni a decidere

Un professionista costruisce un sistema che fa tre cose con costanza: segnala ciò che richiede azione, registra ciò che serve per lavorare bene, ricorda ciò che altrimenti finirebbe nel dimenticatoio. Non per controllare le persone, ma per liberarle. Perché quando il sistema fa il lavoro ripetitivo, le persone possono fare il lavoro che conta: parlare col cliente, capire il bisogno, fare un’offerta sensata, consegnare bene.

Le automazioni intelligenti diventano il motore silenzioso: raccolgono le richieste dai canali, le mettono in un percorso unico, creano i promemoria, tengono traccia dei passaggi. Così quando manca una persona non salta tutto, quando il volume cresce non esplode, quando arriva un lead importante non lo scopri dopo una settimana.

L’approccio resta concreto e a piccoli passi: si parte dai punti dove oggi perdi più tempo e più vendite, si definiscono poche regole, si implementa il minimo indispensabile, si misura l’effetto. E soprattutto si riduce una cosa che nessuno mette a budget ma che pesa su tutto: la fatica mentale di “tenere tutto in testa”.

Se ti riconosci in queste scene, non hai bisogno di diventare un’altra persona. Hai bisogno di un sistema che lavori con te, non contro di te.

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Andrea Prando
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