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Ordini copiati da email a gestionale: righe dimenticate

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Quando l’ordine nasce in email e muore a metà nel gestionale, l’errore è già in coda.

Cosa succede: copi/incolli righe, allegati e note da più email e qualcosa resta fuori.

È tardi, stai chiudendo le ultime urgenze e ti resta “solo” da inserire un ordine arrivato via email. Il cliente ha mandato una prima richiesta, poi una rettifica, poi un PDF con il dettaglio righe, poi un “ah, dimenticavo” con una nota su imballo e consegna. Apri le email una a una, copi le righe nel gestionale, scarichi l’allegato, ricontrolli che i codici prodotto combacino e intanto ti squilla il telefono.

Il punto è che l’ordine non è in un posto solo. È spezzato tra oggetto email, testo, allegati e risposte successive. E quando lo ricomponi a mano, basta una riga saltata, un prezzo rimasto nella versione precedente o una nota finita nel campo sbagliato perché l’errore si metta in fila e arrivi dopo, quando ormai costa.

Perché è faticoso: serve attenzione continua su dettagli minuscoli mentre arrivano nuove urgenze.

Il lavoro non è “inserire un ordine”, è tenere il cervello in modalità controllo qualità su micro-dettagli: unità di misura, IVA, sconti, termini di resa, indirizzo di consegna, riferimento commessa, note operative. Sono informazioni piccole, ma ognuna può generare una telefonata di magazzino o una contestazione del cliente.

Nel frattempo il flusso non si ferma. Arrivano nuove richieste, un collega ti chiede “mi dai un numero?”, un fornitore sollecita, l’amministrazione vuole sapere se quel cliente è in fido. L’attenzione si spezza e, quando riprendi, non sei più sicuro se quella riga l’hai già inserita o se dovevi prendere la versione aggiornata dell’allegato.

Causa strutturale: canali non integrati e dati non strutturati (PDF, email, tabelle) senza regole di mapping.

Il problema non è la distrazione. È che stai usando l’email come se fosse un sistema di raccolta dati, ma l’email non è strutturata. Un PDF può avere la stessa informazione in posizioni diverse, una tabella Excel può cambiare colonne, un testo in chiaro può includere note operative che nessun campo del gestionale “sa” dove mettere.

Quando non esistono regole di mapping tra ciò che arriva e ciò che serve al gestionale, ogni ordine diventa un caso a sé. E se CRM, casella condivisa, ERP e cartelle documenti non sono integrati, l’unico “collante” è la persona che copia e incolla. Funziona finché quella persona regge, e finché le eccezioni non diventano la norma.

Perché viene tollerato: “lo facciamo da sempre” e finché non esplode, sembra più veloce che sistemarlo.

In molte PMI B2B questo passaggio è talmente abituale che non lo si vede più. È il classico lavoro invisibile: non è in nessun KPI, non appare nei report, non ha un responsabile “ufficiale”. È semplicemente “operatività”, quindi ci si convive.

Inoltre sembra davvero più veloce farlo a mano rispetto a “mettere a posto il processo”. Perché mettere mano ai flussi significa fare domande scomode: qual è la fonte, chi valida, quando si blocca, chi viene avvisato. E quando hai già il team saturo, l’istinto è tamponare, non progettare. Anche chi è molto organizzato finisce qui: organizzato non vuol dire integrato.

Cosa cambierebbe: acquisizione automatica dei dati (anche con AI) e creazione ordine completa, tracciata e verificabile.

Collegare i passaggi significa smettere di “trascrivere” e iniziare a “generare” ordini. In pratica: l’email entra, l’allegato viene letto, i campi vengono estratti (anche con AI quando il formato cambia), e l’ERP riceve una bozza ordine con righe, codici, quantità e note già posizionate nei campi corretti.

Non è magia e non è cieco automatismo. È un flusso tracciato: sai da quale email proviene ogni dato, cosa è stato interpretato automaticamente, cosa richiede conferma, cosa non torna. L’obiettivo operativo è ridurre i passaggi manuali ripetuti e spostare l’attenzione su controlli sensati: eccezioni, scostamenti, campi critici.

Versioni che si inseguono: conferme, modifiche e note cliente diventano un gioco del telefono.

Cosa succede: il cliente cambia una riga via WhatsApp, tu aggiorni il file, ma l’ERP resta indietro.

Sono le 10:30, sei in mezzo a un giro di chiamate e ti arriva un WhatsApp dal cliente: “Per l’ordine di ieri, togli due pezzi della riga 4 e anticipa la consegna di una settimana, ok?”. Rispondi al volo, aggiorni il file di lavoro o la mail di conferma, magari avvisi la produzione con uno screenshot, e ti riprometti di aggiornare anche l’ERP “tra poco”.

Quel “tra poco” è il punto in cui nascono le versioni parallele. Il commerciale ha la chat, l’ufficio operativo ha un Excel aggiornato, il gestionale ha l’ordine originale, il magazzino stampa la picking list dalla versione sbagliata. E l’errore non è immediato: si manifesta quando qualcuno usa un pezzo diverso della catena.

Perché è faticoso: devi ricordare “qual è l’ultima versione” e ricontrollare tutto prima di evadere.

Se ti ritrovi a chiedere “qual è l’ultima versione?”, non è una debolezza organizzativa: è un segnale che non esiste una fonte unica. In pratica, stai facendo da memoria centrale del sistema. Devi ricordare cosa è stato detto in chat, cosa è stato promesso a voce, cosa è stato scritto in email, cosa è già stato registrato.

Per evitare figuracce, aumenti i controlli manuali: apri la conversazione WhatsApp, cerchi l’audio, rileggi la mail di conferma, confronti le righe in ERP, richiami il cliente per sicurezza. Ogni controllo sembra prudente, ma sommati diventano un secondo lavoro. E intanto il team aspetta una decisione: “posso partire con questa commessa o rischio un reso?”.

Causa strutturale: assenza di una fonte unica e flussi di approvazione; le info vivono in chat, call e screenshot.

WhatsApp e telefonate sono rapidi, soprattutto nel B2B quando la relazione pesa. Il problema è che la rapidità non produce automaticamente un dato operativo. Una nota vocale non è un campo ordine, uno screenshot non è una variazione registrata, una promessa a voce non è una conferma tracciata.

Senza un flusso di approvazione e una “fonte unica” per le variazioni, ogni modifica è un potenziale fork. E quando la variazione impatta più sistemi (preventivo, ordine, produzione, spedizione, fatturazione), il rischio non è solo la riga sbagliata: è la non-coerenza tra reparti, che genera attrito interno prima ancora che verso il cliente.

Perché viene tollerato: per non rallentare la relazione commerciale, si accettano eccezioni e scorciatoie.

Molte aziende tollerano queste scorciatoie perché hanno una paura concreta: far aspettare il cliente. Se il cliente scrive in chat, rispondere in chat sembra “servizio”. Chiedere di formalizzare via portale o via modulo viene vissuto come frizione commerciale.

Il paradosso è che la frizione viene solo spostata. Invece di chiedere 30 secondi al cliente per registrare correttamente una modifica, ne spendi 30 minuti internamente tra ricontrolli, solleciti e chiarimenti. E quando poi sbagli una consegna o una riga, la relazione commerciale si incrina comunque, solo più avanti e in modo più costoso.

Cosa cambierebbe: un registro unico delle variazioni con notifica automatica e update sincrono su preventivo, ordine e produzione.

Collegare i passaggi, qui, significa mettere le variazioni in un registro unico: ogni modifica ha un ID, un timestamp, un autore, un motivo e un impatto. Che la variazione arrivi da WhatsApp, email o telefonata, finisce in un punto solo e poi si propaga, con regole chiare, ai sistemi coinvolti.

Operativamente: il team riceve una notifica strutturata, l’ERP viene aggiornato o messo in stato “da approvare”, e produzione/magazzino vedono sempre la stessa versione. Se serve, l’AI può aiutare a trasformare messaggi liberi in variazioni strutturate da confermare, riducendo la trascrizione e mantenendo un audit trail utile anche quando nasce una contestazione.

Le rincorse invisibili hanno un costo: solleciti, rettifiche e spedizioni bloccate per una riga mancante.

Cosa succede: scopri l’errore quando magazzino chiede chiarimenti o il cliente segnala una consegna incompleta.

È metà mattina e il magazzino ti ferma: “Qui manca l’indicazione del lotto” oppure “Questo articolo è in due confezioni diverse, quale devo preparare?”. Tu apri l’ordine e sembra tutto a posto, poi trovi una nota in un PDF che non è stata riportata, o una riga che doveva essere “in sostituzione” e non “in aggiunta”.

Altre volte non te ne accorgi fino a quando il cliente chiama: consegna incompleta, etichettatura errata, indirizzo sbagliato. A quel punto non stai più gestendo un ordine, stai gestendo un incidente operativo. E ogni incidente trascina con sé ritardi, tensione interna, e tempo sottratto a lavoro produttivo.

Perché è faticoso: ti ritrovi a cercare prove tra email, allegati e chiamate, mentre il lavoro operativo si ferma.

Quando scoppia il problema, parte la caccia al “chi ha detto cosa”. Cerchi la mail originale, poi la risposta successiva, poi l’allegato giusto, poi il messaggio del cliente, poi la nota del collega. Se c’è di mezzo una chiamata, devi ricostruire a memoria. Il tempo non è solo quello che spendi tu: è quello di chi aspetta una risposta per poter continuare.

Nel frattempo l’operatività rallenta. Magazzino blocca una spedizione, produzione mette in pausa una lavorazione, amministrazione non sa come fatturare una riga. Il costo è fatto di minuti che diventano ore, ma anche di fiducia: ogni reparto si protegge chiedendo più controlli, quindi aumenta il carico complessivo.

Causa strutturale: controlli solo a fine processo, nessun alert su campi critici e dipendenza da persone “chiave”.

Molte aziende controllano quando è ormai tardi: prima della stampa documenti, prima della spedizione, o peggio dopo la segnalazione del cliente. Se l’errore è a monte (dati incompleti, note non strutturate, codici errati), il processo lo trascina fino in fondo come se fosse corretto.

In assenza di alert sui campi critici, il sistema non ti aiuta. E allora il controllo diventa una competenza informale di poche persone “chiave” che sanno dove guardare e cosa sospettare. Quando quelle persone sono assenti o saturano, la qualità cala. Non per incapacità del team, ma per architettura del flusso.

Perché viene tollerato: si ragiona in modalità emergenza, e l’extra lavoro viene assorbito “a fine giornata”.

La rincorsa è invisibile perché viene assorbita nei buchi: dieci minuti qui, un quarto d’ora lì, una telefonata fatta mentre si va da una stanza all’altra. Non si apre un ticket per “ho perso mezz’ora a capire qual era la riga giusta”, quindi non emerge mai come problema strutturale.

E quando l’azienda vive in modalità emergenza, la priorità è far uscire la merce, non ottimizzare il percorso. Il rischio è che l’azienda si abitui a pagare quel costo quotidiano e lo consideri inevitabile. In realtà è spesso il sintomo di passaggi scollegati: le persone fanno da ponte perché gli strumenti non parlano.

Cosa cambierebbe: validazioni automatiche, checklist dinamiche e trigger che bloccano l’errore prima che diventi costo.

Un sistema ben collegato porta i controlli all’inizio e nei punti giusti. Validazioni automatiche sui campi critici (indirizzo completo, resa, data richiesta, unità di misura, codici coerenti, note obbligatorie), checklist dinamiche che cambiano in base a cliente/prodotto, e trigger che impediscono di procedere se manca un’informazione che bloccherà dopo.

Questo non serve a “complicare” il lavoro, serve a evitare che un problema si propaghi. Se manca una riga o una nota, il flusso se ne accorge quando è ancora economico correggere: prima che parta la produzione, prima che si stampino documenti, prima che si prenoti un trasporto. Qui l’AI può supportare nel riconoscere anomalie ricorrenti e nel suggerire controlli mirati, senza chiedere al team di ricordarsi tutto.

Un approccio sistemico alle automazioni: collegare i passaggi, misurare gli errori, ridurre il lavoro manuale.

Cosa cambia concretamente collegando i passaggi: dall’ordine “trascritto” all’ordine “generato”, con meno rework e più controllo.

Collegare i passaggi, per una PMI operativa, non significa comprare l’ennesimo software. Significa definire un percorso unico: da dove entra l’informazione, come viene strutturata, dove viene salvata, chi la valida, e quali sistemi devono riceverla. È la differenza tra “ho un ordine in email” e “ho un ordine pronto in ERP con tracciabilità di origine”.

Quando il flusso è collegato, la trascrizione smette di essere lavoro quotidiano. L’ordine viene generato a partire dai dati in ingresso, con regole chiare e controlli automatici. L’operatività guadagna due cose: meno rework (meno correzioni a valle) e più controllo (sai cosa è cambiato, quando e perché). In pratica, riduci i punti in cui l’errore può nascere senza essere visto.

Come Fabrika 06 costruisce questi sistemi: mappa flussi reali, integra strumenti, applica automazioni e AI dove servono, senza stravolgere l’operatività.

Fabrika 06 lavora partendo dall’officina, non dalle slide. La prima attività è una mappatura dei flussi reali: come arrivano gli ordini, quali eccezioni sono frequenti, quali campi sono critici, dove si crea attesa, dove si duplicano dati. Non si disegna un processo ideale: si fotografa quello che succede davvero, inclusi WhatsApp, chiamate, PDF “strani”, file condivisi e passaggi informali.

Da lì si costruisce un sistema di collegamenti: integrazioni tra email/CRM/ERP, automazioni per creare bozze ordine, regole di mapping per trasformare dati non strutturati in campi strutturati, e AI quando serve estrarre informazioni da testi e allegati variabili. L’obiettivo non è stravolgere l’operatività, ma togliere lavoro ripetitivo e mettere guardrail: alert, approvazioni, tracciamento, log delle variazioni. Poi c’è affiancamento: il sistema si adatta mentre il team lo usa, non dopo mesi di teoria.

Timeline realistica primi mesi: 2-3 settimane per audit e priorità, 4-6 settimane per i primi flussi live, poi ottimizzazione continua.

Nei primi 10-15 giorni lavorativi si fa l’audit operativo: raccolta di casi reali, analisi degli strumenti in uso, individuazione dei punti di rottura e scelta delle priorità. In questa fase si decide cosa automatizzare subito e cosa lasciare manuale, perché non tutto va automatizzato e non tutto è urgente.

Tra la quarta e la sesta settimana si possono mettere live i primi flussi: ad esempio acquisizione ordine da email con creazione bozza in gestionale, registro variazioni, notifiche automatiche a magazzino/produzione, e validazioni su campi critici. Nei mesi successivi si consolida: si ampliano i casi coperti, si riducono le eccezioni, si affina l’AI su documenti reali, e si misura il calo di errori e rincorse. Il sistema completo richiede mesi, ma i primi risultati utili devono arrivare in settimane, altrimenti resta un progetto “che non parte mai”.

Perché funziona anche per chi è sovraccarico: si parte dai colli di bottiglia quotidiani e si automatizza senza chiedere “tempo extra” al team.

Chi è sovraccarico non ha tempo per “implementare”. Per questo il lavoro va progettato per richiedere il minimo sforzo aggiuntivo al team: si prende un collo di bottiglia quotidiano, si costruisce un flusso che lo alleggerisce, e si introduce con micro-cambiamenti: un punto di ingresso unico, una conferma in più dove serve, una notifica automatica invece di una rincorsa.

Il criterio è pragmatico: se un’automazione richiede al team di fare più passaggi di prima, non è un’automazione, è un nuovo carico. Fabrika 06 lavora per sostituire passaggi, non per aggiungerli. E quando c’è AI, viene usata come supporto operativo: estrarre dati, proporre compilazioni, segnalare anomalie. La decisione resta vostra, ma la fatica di ricostruire informazioni sparse si riduce.

Prossimo passo concreto: scegli un processo (ordine da email a gestionale), raccogli 20 casi reali e definisci 3 errori ricorrenti da eliminare subito.

Se vuoi partire senza creare un progetto infinito, scegli un solo processo: ordine da email a gestionale. Raccogli 20 casi reali, includendo quelli “facili” e quelli che vi fanno perdere tempo. Per ciascuno annota tre cose: da dove arrivano i dati (email, PDF, Excel, WhatsApp), quali campi vi fanno inciampare (righe, prezzi, consegna, note), e dove scoprite l’errore (prima di produrre, in magazzino, dopo la consegna).

Poi definisci tre errori ricorrenti da eliminare subito, non dieci. Per esempio: riga mancante, data consegna incoerente, nota di imballo persa. Da qui si disegna il collegamento minimo: acquisizione dati, validazione, notifica, aggiornamento ERP. Se ti va, con Fabrika 06 puoi fare una chiacchierata operativa su questi 20 casi: non per “vendere un pacchetto”, ma per capire dove mettere i primi collegamenti che tolgono rincorse già dal mese in corso.

Quando gli ordini passano da “copiati” a “generati”, smetti di consumare energie su passaggi invisibili. Il team torna a lavorare su eccezioni vere e decisioni, non su ricostruzioni e verifiche ripetute. Gli errori non spariscono per disciplina, diminuiscono perché il sistema li intercetta prima che diventino costi.

Fabrika 06 costruisce questi collegamenti con automazioni e AI partendo dai vostri casi reali: email, allegati, chat, ERP, CRM, produzione e magazzino. Mappatura, costruzione e affiancamento servono proprio a questo: ottenere risultati in settimane e consolidare un sistema in mesi, senza chiedere al team di “fermarsi per implementare”.

Se vuoi un passo concreto, prendi un ordine problematico degli ultimi giorni e ricostruisci quante volte lo stesso dato è stato riscritto tra strumenti. Quello è il punto in cui collegare i passaggi conviene subito, e da lì si può impostare un percorso semplice e misurabile.

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Andrea Prando
Andrea Prando
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