Fabrika 06
Stradella della Racchetta 18 - 36100 Vicenza (VI)
info@fabrika06.com
Ph: +393483960594
Careers
job.fabrika06.com
Ph: +393483960594
Indietro

Perché ogni approvazione lenta spalanca errori e responsabilità?

Ascolta l'articolo
Preferisci il Podcast?

Martedì pomeriggio, aspettavi il via ma il cliente richiama e chiede modifiche dell’ultimo minuto.

Il documento era pronto in bozza, ma la firma non è mai arrivata.

La bozza è lì, salvata, riletta, impaginata bene. Hai già in testa la prossima pratica, perché questa “manca solo la firma”. Poi suona il telefono e senti quella frase che ti irrigidisce: “Avvocato, mi è venuto un dubbio… possiamo cambiare due righe?”. Due righe, certo. Peccato che siano le due righe che spostano responsabilità, termini, e l’interpretazione di un impegno.

Il danno vero non è la modifica. È il limbo tra “pronto” e “approvato”, dove nessuno vede lo stato reale e alla fine la responsabilità resta sempre tua. Per il cliente sei tu che “stai andando lento”, anche se stai aspettando lui. Qui non è sfortuna. È il processo.

Perdite di tempo infinito tra solleciti, attese e doppio controllo.

Partono i solleciti educati, poi quelli più secchi, poi il “giusto promemoria” alla segreteria del cliente. Nel frattempo fai doppio controllo perché ogni volta che lo riprendi in mano ti chiedi: “è questa la versione ultima o quella prima della chiamata?”. E intanto rimbalzi tra email, note sul gestionale, messaggi, chiamate perse e richiami.

Quel tempo non lo fatturi. Lo paghi. Lo paghi in attenzione, perché mentre rincorri un via libera ti perdi pezzi altrove, e lo paghi in margine, perché la pratica che doveva essere “chiusa facile” diventa un rosario di micro-attività invisibili. Il conto arriva sempre, solo che arriva a fine mese.

Mancanza di un punto unico dove vedere chi deve muoversi.

La segreteria ti chiede se può mandare un promemoria, il praticante dice che “ha già scritto”, tu pensi di aver già sollecitato ieri. Poi scopri che ieri hai sollecitato l’indirizzo sbagliato o la persona che non decide. E nessuno riesce a rispondere a una domanda banalissima: chi deve fare il prossimo passo, adesso?

Quando manca un punto unico di verità, lo studio lavora a intuito. E l’intuito, in uno studio legale, è un lusso pericoloso. Si crea quella zona grigia dove tutti “hanno fatto qualcosa”, ma niente è tracciato abbastanza da reggere una contestazione o una lamentela. Risultato: ti tieni tutto sulle spalle.

Tanto si pensa “il cliente risponde a breve”, quindi nessuno forza.

Si entra in quella trappola gentile: “Non lo disturbiamo, risponde a breve”. Passano ore, poi un giorno, poi “dopo il weekend”. Nel frattempo la pratica resta in bilico, ma nessuno la tratta come urgente perché sembra che l’urgenza dipenda da un click del cliente. E quel click non arriva mai quando serve.

Il danno operativo è che la priorità non la decide lo studio, la decide l’inerzia. E il danno reputazionale è peggio: quando il cliente si sveglia, pretende la consegna immediata, come se il tempo non fosse passato. E se qualcosa slitta, per lui la colpa è tua. Sempre.

La pratica si blocca e il collega brucia ore su altro lavoro.

Per non restare fermo, il collega prende un’altra pratica, poi un’altra ancora. La giornata si riempie, il calendario si chiude, e quando finalmente arriva l’approvazione ti ritrovi a incastrare la chiusura tra udienze, call e scadenze già tirate. Così quello che poteva essere lineare diventa una corsa.

Questo è il costo nascosto: la pratica non è ferma, è “ferma ma occupa spazio mentale”. E quando la riprendi, perdi tempo a ricostruire contesto, scelte, versioni, ragioni. Rework travestito da lavoro. E intanto la faccia col cliente la metti tu.

Appuntamento saltato dopo giorni di scambi perché mancava la data condivisa in agenda.

Segreteria risponde: “Mi era sfuggito che avesse detto mercoledì, scusi”.

La chiamata arriva con quel tono mezzo imbarazzato mezzo difensivo: “Mi era sfuggito che avesse detto mercoledì, scusi”. Tradotto: da qualche parte c’era un appunto, forse su un foglio, forse in una chat, forse nella testa di qualcuno. E adesso l’appuntamento è saltato, ma la pratica non aspetta.

Il danno qui è doppio: tempo perso e credibilità bruciata. Perché il cliente non vede il motivo, vede solo che lo studio non è allineato nemmeno su una data. E quando un cliente sente disordine, inizia a chiedersi cos’altro stia scappando di mano. Questa domanda costa cara.

Si cancellano incontri già faticosi da fissare, e si parte daccapo.

C’è chi aveva spostato un’udienza, chi aveva bloccato una finestra tra due call, chi aveva organizzato la presenza di un consulente. Saltare un incontro non è “ripianificare”, è rifare tutto il lavoro di incastro. E spesso rifarlo con meno opzioni, perché ormai gli slot buoni sono andati.

Il danno è che la pratica allunga i tempi senza motivo, e i tempi lunghi, nel civile, diventano ansia, pressione e richieste continue di aggiornamento. Ogni rinvio ti aggiunge comunicazioni, spiegazioni, giustificazioni. Lavoro non fatturabile che si mangia le ore buone.

Assenza di una lista unica delle conferme tra tutte le persone coinvolte.

Uno dice “confermato”, ma non si capisce cosa. L’altro risponde “ok” senza citare data e ora. La segreteria segna sul proprio calendario, ma l’avvocato non lo vede. Il cliente pensa di aver già confermato, il consulente esterno non ha ricevuto l’invito, e tu scopri il buco quando è troppo tardi.

Se non esiste una lista unica delle conferme, la riunione non è un appuntamento: è una scommessa. E in studio legale le scommesse si pagano in stress e responsabilità. Perché quando salta, nessuno può ricostruire con certezza chi ha detto cosa e quando. Rimane una sensazione di caos. E quella la paga lo studio.

Tanto ognuno usa il proprio sistema di appunti, “poi aggiorno”.

Il praticante tiene note su un file, la segreteria su un quaderno, l’avvocato su un post-it, il partner sulla memoria. “Poi aggiorno” è la frase che suona innocua, ma è la crepa da cui entra tutto il disordine. Perché quel “poi” è sempre dopo l’emergenza successiva.

Il danno è che il sistema reale non è un sistema, è una somma di abitudini. E quando le abitudini si scontrano, vince il caos. Si perde tempo a cercare, a chiedere, a ricontrollare. E se sbagli data o salti un passaggio, la giustificazione “era negli appunti di…” non interessa a nessuno.

Figuraccia con cliente e rischio che perda fiducia o cambi studio.

Il cliente arriva puntuale, non ti trova, o si collega e resta in attesa. Magari prova a chiamare e sente “forse c’è stato un fraintendimento”. Tu richiami e devi metterci una toppa in dieci secondi, con la voce calma, mentre dentro sai che questa scena non doveva esistere.

Il danno non è solo l’appuntamento saltato. È l’etichetta che si incolla: “sono disorganizzati”. E quella etichetta si trascina dietro ogni comunicazione successiva, ogni consegna, ogni parcella. Un cliente che non si fida ti controlla, ti stressa, e alla prima occasione cambia studio. Non serve un errore grave. Basta una serie di piccoli segnali.

Correzioni su una versione vecchia spingono a riscrivere due volte e nuovi errori.

Spunta fuori il file “vecchio” su una nota stampata sulla scrivania sbagliata.

Lo vedi quando ormai sei in corsa: una nota stampata con annotazioni sopra, ma è sulla versione precedente. Qualcuno l’ha presa dal mucchio, l’ha portata in una stanza, l’ha lasciata sulla scrivania sbagliata e adesso ritorna in gioco come se fosse attuale. Il file “quasi uguale” è la trappola perfetta: ti inganna perché sembra giusto.

Il danno è che inizi a lavorare su basi sbagliate senza accorgertene. E quando lo scopri, non puoi dire “non è colpa mia”: per il cliente è sempre il tuo documento. La responsabilità resta tua, anche se l’errore è nato da un passaggio non tracciato. Qui non è tecnica legale. È igiene operativa.

Bisogna rifare il lavoro da capo per allinearsi con tutti.

Riapri il documento, recuperi commenti, confronti differenze, chiedi “ma quale avete visto voi?”. Poi ricostruisci la sequenza: prima versione, correzione, revisione, telefonata, altra correzione. Nel frattempo ogni persona coinvolta ha in mano un pezzo diverso della storia, e tu devi rimetterla insieme come un puzzle fatto male.

Il danno è che rifai lavoro già pagato, e mentre lo rifai aumenti la probabilità di nuovi errori. Perché quando sei in modalità recupero vai più veloce, tagli controlli, e l’attenzione è già consumata. Si chiama rework, ma nello studio legale spesso lo si chiama “urgenza”. Cambia il nome, non cambia il costo.

Porta a stratificazioni di documenti senza indicatori chiari dell’ultima versione.

“Atto_definitivo”, “Atto_definitivo2”, “Atto_definitivo_finale”, “Atto_definitivo_finale_OK”. Sembra una battuta, invece è il modo più comune di perdere il controllo. Poi arrivano allegati, procure, mail di integrazione, note del cliente. Tutto si stratifica e diventa impossibile capire qual è la fonte vera senza aprire dieci file.

Il danno qui è precisione che si sfalda. E la precisione è la tua moneta. Se mandi la versione sbagliata, se citi un dato superato, se lasci dentro una clausola che doveva sparire, ti giochi ore a spiegare e sistemare. Peggio ancora: ti giochi la fiducia. Un “mi scusi, le mando quella giusta” è una goccia di reputazione che cade.

Si rimanda per non “disturbare” chi ha già detto la sua.

Succede spesso: sai che devi chiedere un chiarimento, ma pensi “non lo disturbo, ha già commentato”. E rimandi. Nel frattempo il documento resta sospeso, e le correzioni non si chiudono. Quando finalmente fai la domanda, riapri un fronte che sembrava chiuso e ti ritrovi altre modifiche, altre opinioni, altre aspettative.

Il danno è che la gentilezza diventa lentezza. E la lentezza diventa rischio. Perché le versioni si moltiplicano, le scadenze si avvicinano, e la pressione ti fa prendere scorciatoie. Non è una questione di educazione. È una questione di governo del flusso.

Margini ridotti perché il rework si mangia tutte le ore recuperate.

Hai fatto una stima ore ragionevole, magari anche prudente. Poi ci metti dentro due giri extra di correzioni, un allineamento interno, una telefonata di spiegazione, un documento rinviato perché “manca un allegato”, e la pratica diventa una voragine. Il cliente non percepisce quel lavoro, percepisce solo che “siamo ancora qui”.

Il danno è economico e mentale. Economico perché il margine si assottiglia senza che tu te ne accorga, mentale perché ti porti dietro frustrazione e stanchezza, e la prossima pratica la inizi già scarico. Il rework è una tassa silenziosa. E nello studio legale la paghi ogni settimana.

Con Fabrika 06 ogni approvazione lascia impronte chiare e i passaggi respirano.

Collegando i passaggi, non perdi mai di vista cosa manca davvero.

Una pratica non si blocca più in modo “misterioso”. Se manca un via libera, lo vedi. Se manca un allegato, lo vedi. Se manca una conferma di data, lo vedi. Collegare i passaggi significa togliere quell’effetto nebbia dove tutti lavorano, ma nessuno sa con certezza cosa sta aspettando chi.

Il vantaggio operativo è brutale: smetti di rincorrere a caso e inizi a sollecitare con precisione. Non tre messaggi a persone diverse, ma un’unica richiesta nel punto giusto, con stato e responsabilità chiari. Così il cliente vede ordine, lo studio vede controllo, e tu smetti di fare il centrale operativo a mano.

Fabrika 06 costruisce sistemi su misura per studi con team diversi.

Fabrika 06 entra dove fa male: passaggi di approvazione, gestione versioni, scadenze, consegne al cliente, rientri interni. Non porta un “software magico” e spera che vi adattiate. Parte dalla mappatura dei flussi reali, quelli sporchi, quelli che nessuno scrive perché “è sempre andata così”. Poi mette collegamenti tra i passaggi, così ogni pratica ha una traccia unica.

Quando serve, si inseriscono automazioni semplici, quelle che tolgono lavoro invece di aggiungerlo. E dove ha senso si usa anche l’AI, non per giocare a fare l’avvocato, ma per accelerare attività ripetitive e controlli, sempre con presidio umano. La parte che fa la differenza è l’affiancamento: qualcuno che ti segue mentre lo studio continua a lavorare, senza fermarsi.

Dal primo mese hai tracciamento automatico e centri sempre la scadenza.

Nei primi 60 giorni non si stravolge tutto. Si mettono in sicurezza gli incastri più critici: approvazioni cliente, conferme appuntamenti, gestione versioni dei documenti, passaggi tra avvocato e segreteria. Già dal primo mese iniziano a vedersi cose piccole ma decisive: una pratica che non resta in limbo, una scadenza che non si scopre all’ultimo, un cliente che riceve aggiornamenti coerenti.

Il punto è che il tracciamento diventa automatico dove oggi è “memoria e buona volontà”. Se un passaggio non è completato, resta visibile. Se qualcuno deve agire, lo stato lo mostra senza dover inseguire. Così la scadenza non si “spera” di centrarla, si governa. E quando la consegna arriva in tempo, la faccia la salvi ogni volta.

Funziona anche dove nessuno ha tempo di cambiare abitudini.

Nei team saturi la resistenza non è ideologica, è pratica: “non ho tempo di imparare un’altra cosa”. Fabrika 06 lavora proprio su questo. Il sistema viene costruito per stare dentro al lavoro quotidiano, riducendo passaggi manuali, duplicazioni e rimbalzi. Non si chiede alla segreteria di fare più clic, si toglie il bisogno di rincorrere.

Quando il processo è chiaro, la disciplina diventa naturale. Perché smetti di discutere su chi doveva fare cosa e inizi a vedere cosa manca. E quando togli le zone grigie, togli anche le frizioni interne: meno “pensavo lo facessi tu”, meno urgenze improvvise, meno notti a recuperare. Qui non si tratta di motivare le persone. Si tratta di mettere binari.

Il prossimo step pratico è chiedere una demo sugli incastri più critici.

Il passo sensato non è “rifacciamo tutto lo studio”. È scegliere due o tre punti dove oggi perdete più tempo e più faccia: approvazioni che non arrivano, versioni che si confondono, appuntamenti che saltano, pratiche ferme perché manca un sì. Su quelli si fa una demo mirata, concreta, con i vostri passaggi e i vostri vincoli.

Da lì si capisce subito se c’è margine: dove mettere il punto unico di approvazione, come tracciare chi deve muoversi, quali automazioni servono davvero e quali sono fumo. Senza pressione, ma con numeri e scene reali sul tavolo. Se la demo non vi fa dire “ok, questo ci toglie casino”, si chiude lì. Se invece vi becca, si parte con ordine.

Da caos e rincorse a un flusso tracciato e stabile: questa è la differenza quando ogni passaggio lascia impronte e non vive nei post-it o nella memoria di qualcuno. Il cliente non vede più confusione, vede guida. E tu smetti di lavorare in recupero.

Fabrika 06 fa questo mestiere in modo operativo: mette collegamenti tra le cose che oggi sono spezzate, porta tracciamento dove oggi c’è “mi sembrava”, e costruisce un punto unico dove approvazioni e responsabilità non sono più grigie. Non teoria. Officina.

Se vuoi un primo passo semplice, porta un caso recente che ti ha fatto perdere ore o ti ha fatto fare una figuraccia: una firma slittata, un appuntamento saltato, una versione sbagliata. Da lì si vede subito dove si inceppa il processo e cosa serve per sbloccarlo.

Andrea Prando
Andrea Prando
https://fabrika06.com/chi-siamo/team/andrea-prando/