Fabrika 06
Stradella della Racchetta 18 - 36100 Vicenza (VI)
info@fabrika06.com
Ph: +393483960594
Careers
job.fabrika06.com
Ph: +393483960594
Indietro

AI in azienda senza regole: cosa rischi davvero (GDPR, AI Act, fuga di know-how)

C’è qualcosa che succede in quasi tutte le aziende manifatturiere con cui parliamo.

Un commerciale apre ChatGPT con il suo account personale. Copia un’offerta. Incolla il testo. Chiede all’AI di migliorarla. Nessuno lo sa. Nessuno lo ha vietato. Nessuno lo ha mai nemmeno considerato un problema.

Il problema, però, esiste. Ed è più concreto di quello che pensi.

In questo articolo non ti spiego la teoria del GDPR. Ti dico cosa può andare storto, con quali conseguenze reali, e perché il rischio non riguarda solo le grandi aziende. Perché il Garante nel 2025 ha sanzionato anche comuni da tremila abitanti. E perché il tuo know-how — listini, disegni, capitolati — potrebbe già essere uscito dalla porta senza che nessuno se ne sia accorto.

In breve

Se i tuoi dipendenti usano strumenti AI con account personali, senza policy e senza contratti aziendali con il fornitore, stai trattando dati personali e aziendali senza le garanzie richieste dal GDPR. Sei esposto a sanzioni fino al 4% del fatturato mondiale, a violazioni dell’AI Act operative dal febbraio 2025, e alla fuoriuscita silenziosa di know-how verso sistemi che non controlli. Non è un rischio teorico: il 68% dei dipendenti usa già AI gratuita con account personali, e il 57% inserisce dati sensibili.

Il chatbot non è una cartella condivisa

Iniziamo da qui, perché è il malinteso più comune.

Quando un tuo collaboratore apre ChatGPT con il suo account Google personale e incolla il testo di un contratto, non sta usando uno strumento interno. Sta inviando dati a un fornitore esterno, fuori da qualsiasi accordo contrattuale con la tua azienda.

Il GDPR è esplicito: incollare un documento con dati personali in un’AI pubblica è a tutti gli effetti un trattamento di dati personali e, quasi sempre, una comunicazione a un terzo. Con un account personale gratuito il contratto ai sensi dell’art. 28 GDPR — la nomina a responsabile del trattamento — semplicemente non esiste. La tua azienda rimane titolare del trattamento, ma senza nessuna delle garanzie contrattuali che quella nomina dovrebbe assicurare.

E non è una casistica rara. Secondo il Report 2025 di LayerX, il 77% dei dipendenti incolla dati aziendali sensibili in ChatGPT o altri chatbot. In media ogni persona lo fa 14 volte al giorno. Almeno tre di quei blocchi contengono dati sensibili. I dati sensibili pesano oggi il 34,8% di tutto ciò che viene incollato in ChatGPT, contro l’11% del 2023.

Un chatbot non è una cartella del tuo computer. È un fornitore esterno. E senza un contratto, quella distinzione non esiste solo sulla carta — esiste nei tuoi rischi reali.

Cosa rischi con il GDPR

Il Garante italiano nel 2025 ha adottato 807 provvedimenti collegiali e riscosso oltre 37 milioni di euro di sanzioni, a fronte di 2.415 notifiche di data breach — il 10% in più rispetto all’anno precedente.

I tre casi più significativi in ambito AI dicono tutto:

  • Clearview AI: 20 milioni di euro per riconoscimento facciale senza base giuridica
  • OpenAI/ChatGPT: 15 milioni di euro per assenza di base giuridica nell’addestramento e difetto di trasparenza
  • Replika/Luka Inc.: 5 milioni di euro per informativa inadeguata

Ma c’è un dato che riguarda più direttamente le aziende come la tua: il Garante ha sanzionato anche il Comune di Bologna (40.000 euro) e il Comune di Curtarolo (15.000 euro). Organizzazioni di dimensioni ordinarie, non multinazionali.

La lezione che emerge dai provvedimenti del Garante è questa: le sanzioni non colpiscono chi commette un errore isolato, ma chi non sa dimostrare di avere processi. Registri, DPIA, consensi, procedure di data breach. Se non li hai, sei esposto — indipendentemente dalla dimensione.

Il caso Character.AI lo conferma da un’altra angolazione: la società ha formalizzato la propria Valutazione di Impatto sulla protezione dei dati solo dopo che il Garante aveva avviato una richiesta di informazioni. La DPIA non è un documento da firmare a posteriori per evitare una multa — è un’analisi preventiva obbligatoria quando si introducono tecnologie ad alto rischio come l’AI generativa.

Cosa dice l’AI Act che è già in vigore

L’AI Act non è una legge del futuro. Alcuni obblighi sono operativi dal 2 febbraio 2025, senza eccezioni per le PMI.

Il primo riguarda l’AI literacy: l’art. 4 impone la formazione obbligatoria di chi sviluppa o utilizza sistemi di intelligenza artificiale. Non è facoltativa. Non è rinviabile. Sapere quali dati non vanno mai incollati in un chatbot pubblico è esattamente il contenuto minimo di quella competenza.

Il secondo riguarda la trasparenza: dal 2 agosto 2026 chi utilizza determinati sistemi AI deve informare le persone quando interagiscono con un sistema AI.

Il terzo riguarda i sistemi ad alto rischio. Un’impresa manifatturiera che usa AI per gestire turni, valutare fornitori o automatizzare decisioni commerciali può rientrare in categorie con obblighi specifici: documentazione, supervisione umana, registrazione. Il regolamento non riguarda solo gli sviluppatori — prevede obblighi in capo ai semplici utilizzatori.

Le sanzioni AI Act arrivano fino a 35 milioni di euro o al 7% del fatturato per le pratiche vietate. L’architettura del regolamento — alfabetizzazione, trasparenza, governance — è in vigore adesso.

Il rischio che nessuno calcola: la fuga di know-how

Fin qui abbiamo parlato di sanzioni e normativa. Ma c’è un rischio che nessun Garante ti notifica, e che può fare danni altrettanto seri: il tuo know-how che esce silenziosamente.

Listini. Disegni tecnici. Capitolati. Preventivi con margini. Procedure di qualità. Specifiche di produzione. Sono esattamente i documenti che i collaboratori hanno sempre sottomano e che, nella pratica quotidiana, finiscono nei chatbot per "fare prima".

Secondo il Report 2025 di LayerX, i dati sensibili pesano il 34,8% di tutto ciò che viene incollato nei chatbot AI. Applicato al manifatturiero, questo numero ha un peso specifico diverso rispetto ad altri settori: un disegno tecnico con quote proprietarie, una ricetta di produzione o un capitolato con tolleranze non sono dati generici. Sono il risultato di anni di sviluppo, e se ingeriti da un modello usato per il fine-tuning o per addestramento futuro, possono uscire sotto forma di suggerimenti a chiunque faccia domande simili. Non è un’ipotesi teorica: è il meccanismo normale di apprendimento di questi sistemi, quando non sono configurati diversamente.

Secondo l’IBM Cost of a Data Breach Report 2025, il 20% delle organizzazioni che hanno subito una violazione è stato compromesso attraverso la shadow AI — strumenti AI non approvati, adottati dai dipendenti senza supervisione. Questi incidenti hanno aggiunto in media 670.000 dollari al costo della violazione. Il dato è cross-settore: nel manifatturiero, dove il know-how tecnico è spesso l’unico vantaggio competitivo reale rispetto ai concorrenti, il danno economico di una fuga silenziosa può essere strutturalmente più alto di qualsiasi sanzione.

Il dato che chiude il cerchio: il 63% delle organizzazioni non dispone ancora di una policy di governance AI. E il 97% di quelle che hanno subito un incidente AI non aveva controlli di accesso adeguati.

Gartner prevede che entro il 2030 più del 40% delle imprese sperimenterà incidenti di sicurezza o compliance legati alla shadow AI non autorizzata.

Quattro segnali che il problema esiste già nella tua azienda

Non serve un audit complesso per capire se sei esposto. Bastano quattro domande dirette.

Uno. I tuoi tecnici usano ChatGPT per redigere relazioni su non conformità di prodotto, scrivere report di collaudo o descrivere anomalie di processo? Se lo fanno con account personali, quei dati — che includono spesso codici articolo, riferimenti cliente e specifiche di lavorazione — escono dall’azienda senza nessun contratto a coprirli.

Due. I tuoi commerciali incollano preventivi con prezzi per unità, margini di commessa o condizioni riservate per chiedere all’AI di "migliorare il testo"? È uno dei flussi più comuni e meno presidiati che osserviamo. Il report Menlo Security 2025 documenta che il 57% dei dipendenti inserisce dati sensibili in strumenti AI via account personali.

Tre. Hai una policy scritta su cosa si può o non si può fare con l’AI? Se non ce l’hai, in questo momento non puoi dimostrare al Garante di avere processi. E quella è la condizione che trasforma un errore in una sanzione.

Quattro. I contratti con i fornitori AI includono la nomina a responsabile del trattamento ex art. 28 GDPR? Con account gratuiti personali, quella nomina non esiste. Con oltre 6.500 domini GenAI e 3.000 app osservati da Menlo Security, la proliferazione rende impossibile il controllo senza una policy strutturata.

Da dove si parte, concretamente

I rischi identificati fin qui — esposizione GDPR, obblighi AI Act, fuga di know-how tecnico — hanno tutti un punto di origine comune: l’assenza di una mappa di ciò che sta già succedendo.

Prima di scegliere qualsiasi strumento o architettura, serve capire quali processi coinvolgono già l’AI, con quali account, su quali dati. Solo quella mappatura consente di valutare dove il rischio è contenuto e dove invece servono controlli più strutturati.

Il secondo passaggio è la valutazione dei dati coinvolti. Un testo generico di marketing ha un profilo di rischio diverso da un disegno tecnico con quote proprietarie o da un preventivo con margini di commessa. L’architettura da adottare — account aziendale con contratto data processing, ambiente cloud privato, modello locale — dipende da questa valutazione, non da una preferenza tecnologica a priori.

Il terzo passaggio è costruire controlli proporzionati: una policy interna comprensibile, la formazione minima prevista dall’art. 4 AI Act, e la supervisione umana sui processi dove il rischio è più alto. Per le valutazioni di conformità specifica — DPIA, classificazione AI Act, nomina del responsabile del trattamento — è necessario coinvolgere un DPO o un professionista legale qualificato. Non siamo un centro di conformità normativa: siamo chi costruisce i controlli operativi e identifica dove serve quel coinvolgimento.

Si inizia da un caso d’uso circoscritto e misurabile, non da un progetto che cambia tutto in una volta.

Prenota la tua AI Opportunity Sprint gratuita: portami un processo o uno strumento AI che già usi in azienda e capiamo insieme da dove partire. → https://www.fabrika06.com/ai-opportunity-sprint/

Domande frequenti

Il GDPR si applica anche se i miei dipendenti usano ChatGPT per uso lavorativo ma con account personali?

Sì. Incollare dati aziendali o personali in un chatbot pubblico è a tutti gli effetti un trattamento di dati personali e, quasi sempre, una comunicazione a un terzo. Con un account personale gratuito non esiste il contratto ex art. 28 GDPR tra la tua azienda e il fornitore AI. La tua azienda resta titolare del trattamento, ma senza le garanzie contrattuali che quella nomina dovrebbe garantire.

Cosa rischio concretamente con il GDPR se non ho policy AI interne?

Il meccanismo dell'art. 83 GDPR consente sanzioni fino a 20 milioni di euro o al 4% del fatturato mondiale. Ma il punto critico, come emerge dai provvedimenti del Garante 2025, non è l'errore isolato: è l'assenza di processi dimostrabili. Registri, DPIA, procedure di data breach. Chi non sa mostrare di averli è esposto, indipendentemente dalle dimensioni aziendali.

L'AI Act riguarda anche la mia azienda, o solo chi sviluppa AI?

Riguarda anche chi usa i sistemi AI, non solo chi li sviluppa. L'obbligo di AI literacy è operativo dal 2 febbraio 2025. Un'impresa manifatturiera che usa AI per gestire turni, valutare fornitori o automatizzare decisioni commerciali può rientrare in categorie con obblighi specifici di documentazione, supervisione umana e registrazione.

Cosa si intende per shadow AI e perché è un rischio per il mio know-how?

La shadow AI è l'insieme degli strumenti AI generativa usati dai dipendenti senza approvazione aziendale. Non si limita a conservare testi: ingerisce codice sorgente, contratti, listini e piani strategici, inviandoli a fornitori terzi fuori dal controllo dell'azienda. Secondo l'IBM Cost of a Data Breach Report 2025, il 20% delle violazioni è avvenuto attraverso la shadow AI, con un costo aggiuntivo medio di 670.000 dollari per incidente.

Da dove si inizia per mettere in ordine la governance AI senza bloccare tutto?

Il punto di partenza è capire cosa sta già succedendo: quali strumenti usano i tuoi collaboratori, con quali account, su quali dati. Solo dopo si valuta cosa serve — una policy interna, account aziendali con contratto data processing, o architetture più strutturate per i dati più sensibili. Si inizia da un caso d'uso circoscritto e misurabile, non da un progetto che cambia tutto in una volta.

Ho bisogno di un DPO o di un legale, oppure basta un partner tecnico?

Dipende dal tipo di dati e dagli strumenti coinvolti. Per le valutazioni di conformità specifica — DPIA, nomina del responsabile del trattamento, classificazione AI Act — è necessario un professionista legale o un DPO qualificato. Un partner tecnico come Fabrika 06 ti aiuta a costruire i controlli operativi, mappare i flussi e progettare architetture proporzionate al rischio: le due figure lavorano su piani diversi e complementari.

Andrea Prando
Andrea Prando
https://fabrika06.com/chi-siamo/team/andrea-prando/
Founder e Strategy Lead di Fabrika 06, web agency di Vicenza specializzata in sistemi di acquisizione clienti per PMI e B2B: siti web veloci, funnel, tracciamenti e automazioni AI. Dal 2009 aiuto le aziende a trasformare la presenza digitale in richieste di preventivo misurabili.